Il racconto di Mariava
Due anni fa non avrei mai potuto immaginare quanto quell’incontro casuale sarebbe diventato importante.
Da pura turista stavo facendo un giro in bicicletta tra i villaggi nei dintorni di Oussouye, quando sono passata davanti a una scuola. Moltissimi bambini si erano accalcati al cancello, cercando di attirare la nostra attenzione. Non ho saputo resistere: sono scesa dalla bici e ho chiesto ai miei compagni di fermarsi. Le porte della scuola si sono spalancate per noi e l’accoglienza è stata unica: una maestra ci ha mostrato con orgoglio le aule e l’orto, mentre i genitori erano impegnati a preparare il pranzo. Qui le “cantines scolaires” sono gestite da genitori volontari: un impegno collettivo per garantire a ogni bambino almeno un pasto sicuro.

Da quel momento è nata la mia amicizia con la maestra Ella.
I contatti sono proseguiti nel tempo: Ella mi ha supportata da lontano nella stesura del mio progetto sui giochi legati all’alimentazione ed è stata il ponte fondamentale per il gemellaggio con le scuole Sassatelli di Castel San Pietro.
Oggi sono tornata a Niambalane con un gruppo fantastico e una missione precisa: scambiare i disegni tra i bambini, individuare i piccoli che necessitano di cure mediche e lasciarci travolgere, ancora una volta, dal calore della comunità.
Niambalane è un piccolo villaggio immerso nei palmeti, che incarna l’immagine più autentica dell’Africa: strade di sabbia e case dai tetti di paglia. Ella ci accoglie con il bel sorriso che ricordavo, ma ci dà una notizia amara: purtroppo la mensa della scuola dell’infanzia è ferma e l’orto non esiste più. Avevano piantato delle piante di moringa, ma una distrazione con il cancello ha permesso alle capre, che qui girano indisturbate, di distruggere tutto.
La scuola è bellissima, sembra un villaggio in miniatura. I bambini iniziano a cantare non appena ci vedono. Osservandoli fare merenda, ci rendiamo conto di quanto il lavoro sull’educazione alimentare debba coinvolgere anche le famiglie: si vedono troppi zuccheri e snack salati confezionati. Dopo una breve visita e le foto di rito, ci spostiamo alla scuola primaria poco distante.
Alla primaria, per fortuna, i genitori sono riusciti a organizzarsi e due volte a settimana preparano il pranzo. Il cortile si anima: c’è un grande fuoco all’aperto, chi taglia le cipolle, chi controlla le pentole e chi presenzia allattando un piccolo. L’importante è esserci.
Il direttore ci accoglie e fa da guida tra le sei classi della primaria. Qui gli insegnanti sono tutti uomini, un dettaglio che colpisce noi abituati a realtà diverse. Sfoglio i libri di testo, apro i quaderni, leggo alla lavagna frasi scritte in francese e diola. Fatico a trovare punti in comune con i nostri programmi, se non per qualche concetto matematico, ma il tempo è troppo breve per approfondire.
Il momento dello scambio dei disegni è pura energia: i ragazzi si riuniscono nel grande e polveroso cortile, ci si mette in cerchio e si inizia a cantare e ballare insieme.
Poi tocca ai nostri medici entrare in azione. Identificano i casi che necessitano di cure specifiche, raccolgono dati e prendono i contatti per permettere ai nostri collaboratori di contattare le famiglie per indirizzarle il prima possibile verso i centri adeguati.
Dialoghiamo con gli insegnanti sulla possibilità di coinvolgerli nel progetto di sana alimentazione: sono giovani e accolgono l’idea con entusiasmo. Portiamo anche la nostra formazione sulle manovre di disostruzione, questa volta calibrate per i bambini in età scolare. I maestri recepiscono subito le istruzioni, rendendo il nostro compito semplice ed efficace.
La prima parte della giornata volge al termine. Come sempre, finiamo tardi, ma la soddisfazione prevale di gran lunga sulla stanchezza. Un abbraccio con Ella e un arrivederci che, questa volta, è più consapevole: torniamo a casa con la certezza che anche questo legame continuerà a portare nuovi frutti.


































