Di Robert abbiamo scritto. E continueremo a farlo. Ma Raymond? Come cominciare a raccontare la sua storia che si intreccia a quella di Kasomay ormai da quasi tre anni? Come sintetizzare la storia di una vita all’esordio, vicende mediche, complesse questioni burocratiche, stati d’animo ed emozioni?
Il primo incontro con Raymond è del 2024, nel Poste de Santé del distretto di Oussouye, un ambulatorio concesso in uso per le visite ai medici e pediatri di Kasomay durante la missione.

Quando si sparge la voce che i medici sono arrivati e visiteranno gratuitamente, il PDS si riempie di mamme e bambini, adolescenti usciti da scuola che ancora indossano la divisa, suore degli orfanotrofi locali che accompagnano i bambini ospitati.
È un via vai continuo di adulti e bambini, lingue che si mescolano, i colori e i disegni delle stoffe locali che catturano lo sguardo e lo stupiscono.
Raymond no, lui è arrivato solo ed è rimasto sullo sfondo, spettatore silenzioso di quell’umanità indaffarata a cercare e dare risposte.
Nessun adulto con Raymond che potesse autorizzare una visita medica da parte dei pediatri, fornire dati anagrafici, raccontare se la massa che ingrossava molto vistosamente l’occhio destro deformandone la palpebra e impedendogli la vista fosse congenita o sopraggiunta durante la crescita.
Intanto Raymond era ancora lì, il primo giorno e quello successivo, sempre in disparte e solo in mezzo al chiasso degli altri bambini. Non sappiamo perché Raymond fosse arrivato al PDS, se incuriosito dalla presenza degli europei, attirato dai numerosi bambini o perché sapesse che i bianchi erano medici e sperasse potessero aiutarlo.
E glielo abbiamo chiesto, scoprendo però che Raymond non parlava francese, un’anomalia per un bambino palesemente in età scolastica. Avremo scoperto più tardi che Raymond a scuola non era mai andato.
